Per la sua prima mostra da Raffaella Cortese, Liliana Moro concepisce un intervento site-specific che coinvolge i tre spazi della galleria attraverso la trasformazione della luce. Il titolo, Metamorfosi, nasce da una riflessione sul cambiamento come condizione del presente: un processo che attraversa il modo di stare nel mondo, il rapporto con il lavoro, con gli altri, con la natura e con noi stessi.
La luce proveniente dall’esterno viene alterata nel suo ingresso, modificando la percezione degli ambienti dall’interno e negando, dalla strada, una visione diretta della mostra. La relazione tra interno ed esterno viene così deformata: lo spazio accoglie l’esterno attraverso le opere, mentre l’interno è trasformato da una luce filtrata che diventa soglia percettiva e introduce il visitatore in una condizione instabile.
All’interno, una costellazione di elementi eterogenei viene sottratta alla propria funzione originaria e ricollocata in uno stato di sospensione. Manubri di bicicletta, cric, trombe acustiche, teste di cane, piattini souvenir frammentati e giavellotti in alluminio appartengono a immaginari diversi, ma condividono una stessa condizione di slittamento. Le cose restano riconoscibili, eppure non coincidono più con il loro uso, trattenendo gesti, memorie e possibilità d’azione come tracce di qualcosa che potrebbe accadere in un tempo impreciso o che sembra essere già accaduto altrove. Come spesso accade nella pratica di Moro, il familiare appare improvvisamente fuori asse, l’oggetto d’uso perde la propria evidenza, il quotidiano assume una densità fisica e mentale inattesa.
La metamorfosi evocata dalla mostra non assume una direzione univoca. È trasformazione, ma anche caduta; movimento, ma anche perdita; possibilità di cambiamento, ma anche consapevolezza di ciò che rischia di scomparire. Alcuni elementi rimandano a corpi che attraversano lo spazio urbano e alle forme più fragili del lavoro contemporaneo; altri introducono una riflessione sul rapporto tra umano, animale e naturale, sulla cura, sul rispetto e sulla progressiva erosione di uno sguardo condiviso. Gli oggetti non illustrano questi temi in modo diretto, ma li fanno emergere per attrito, attraverso accostamenti, deviazioni e tensioni fisiche.
Nei tre spazi di via Stradella, l’artista costruisce un ambiente in cui la soglia tra interno ed esterno, tra immagine e presenza, tra vedere e comprendere diventa il luogo stesso dell’esperienza. La mostra si propone come dispositivo di attenzione, chiedendo al visitatore di abitare una condizione instabile, in cui ciò che appare vicino e riconoscibile rivela progressivamente la propria distanza, la propria fragilità e il proprio racconto sulla trasformazione.