L’installazione mette in scena una pioggia di lacrime divenute solide e trasparenti, come gocce di vetro operando una profonda fusione tra la critica ecologica (antropocene) e l’immaginario surrealista di Man Ray trasformando un simbolo di freddezza artificiale in un manifesto di rinascita e riconnessione con la natura.
Anche il vetro più duro può creparsi.
Sotto la resina pulsa ancora la linfa,
un richiamo della terra che insiste
per sciogliere l’inverno artificiale.
Romperemo l’obiettivo, laveremo la chimica:
il domani chiede occhi capaci di bagnarsi,
un pianto che sia pioggia,
che sia cura, che sia vita.